Amputazione mammella
Fotografia mammella amputazione

Riabilitazione post amputazione Mammella

Benessere

Un corretto trattamento riabilitativo dopo la rimozione della mammela favorisce il reiserimento totale della paziente nelle ADL (Activities Dayling Live).

L’amputazione radicale della mammella rimane un intervento frequentemente indicato nelle lesioni carcinomatose. Solo nelle forme non avanzate il chirurgo si limita ad effettuare una quadrantectomia. L’intervento si completa spesso con uno svuotamento del cavo ascellare, volto ad asportare le stazioni linfonodali, prima sede di diffusione.

La Riabilitazione  Oncologica segue la paziente nel momento dell’intervento e successivamente, durante le fasi di cura e di follow-up fornendo “formazione” e “informazione”, cure, visite di controllo successive, prescrizione di protesi e ausili.

Le patologie di interesse riabilitativo più frequentemente riscontrabili dopo intervento alla mammella sono:
Limitazioni funzionali dell’arto superiore con riduzione della mobilità dovute a retrazione dolorosa muscolare e/o della cicatrice;

La cosiddetta sindrome del nervo intercostobrachiale, caratterizzata da dolore e/o alterata sensibilità in regione costale, nella zona ascellare e sulla superficie interna del braccio;

La “scapola alata”, cioè lo spostamento all’esterno della scapola causato dalla lesione del nervo toracico lungo che innerva il muscolo gran dentato.

La perdita della funzione del muscolo impedisce la fissazione della scapola alla parete toracica posteriore causando un deficit funzionale;

  1. Le capsuliti a livello della spalla o “spalla congelata”;
  2. I difetti posturali, spesso riscontrabili anche a distanza di tempo;
  3. Il linfedema postchirurgico.

Si devono anche prevedere eventuali danni post-attinici (cioè da radioterapia) e considerare che eventuali preesistenti patologie di interesse riabilitativo possono peggiorare con l’intervento e le cure successive.

Una delle più frequenti patologie tra quelle sopra descritte è il linfedema.
L’edema linfatico dell’arto superiore secondario all’intervento di mastectomia è una condizione patologica spesso disabilitante per l’individuo che la presenta e per questo di specifico interesse della Medicina Riabilitativa.

Il linfedema è un accumulo patologico di liquido ricco di proteine nel tessuto circostante i vasi linfatici. Nelle donne operate di tumore al seno l’insorgenza di linfedema nel braccio omolaterale all’intervento chirurgico è dovuta principalmente all’interruzione del sistema linfatico a livello ascellare.

La sintomatologia è caratterizzata da un aumento di dimensioni anche modeste e localizzate dell’arto, accompagnato o meno da una sensazione di “tensione” e di “pesantezza”. Abbiamo ben quattro stadi del linfedema:

  • I° stadio: si evidenzia con la palpazione ed è considerato reversibile;
  • II° stadio: al progredire dell’edema, il braccio aumenta di volume, ma è sufficiente la posizione declive per farlo scomparire quasi completamente;
  • III° stadio: irreversibile;
  • IV° stadio: abbiamo indurimento del tessuto cartilagineo, solcato da pieghe profonde.

L’approccio fisiatrico non può prescindere dalla valutazione del tipo di intervento chirurgico che viene eseguito sulla paziente in quanto esso è direttamente proporzionale al danno chirurgico delle vie linfatiche e delle stazioni linfoghiandolari.

Vari sono i momenti in cui il linfedema può presentarsi: immediatamente dopo l’intervento chirurgico o più tardivamente. Quello che compare nel post-operatorio riconosce nella mancata mobilizzazione dei liquidi la sua genesi e come tale ha una risoluzione spontanea in pochi giorni .

Il linfedema vero e proprio si produce generalmente dopo 6-12 settimane. Esistono delle circostanze che favoriscono l’insorgenza o l’aggravamento del linfedema. Le più frequenti sono: la linfangite, le lesioni cutanee, sforzi e lavori ripetitivi, obesità, fumo, disturbi circolatori preesistenti.

In caso di linfedema il trattamento si attua in due fasi: una fase attiva il cui principale obiettivo è quello della massima riduzione dell’edema della zona interessata e una fase successiva di mantenimento in cui si deve conservare la dimensione dell’arto, controllando l’edema.

Il trattamento del linfedema si basa su 4 interventi fondamentali.

  • Cura della cute e trattamento delle infezioni
  • Drenaggio linfatico manuale o linfodrenaggio
  • Bendaggio compressivo
  • Gli esercizi

La cura della cute è essenziale in un braccio edematoso, una cute che si presenta spesso lucida, sottile e a volte screpolata. Il linfodrenaggio è un insieme di manovre massoterapiche che coinvolgono gli strati superiori della cute, senza mobilizzare la massa muscolare, seguendo la direzione dei vasi linfatici in direzione dei linfonodi residui. Esso viene applicato sul corpo della paziente con “tocchi”, movimenti circolari o a pompa.

Tutto l’arto e la spalla partecipano alla manovra, ottenendo un movimento di pressione dolce e indolore. I tempi di trattamento sono variabili, dipendono da diversi fattori quali la diffusione e l’entità dell’edema, la reazione del paziente al trattamento.

A complemento della seduta si confezionano bendaggi compressivi, al fine di evitare l’eccessivo imbimbimento  dei tessuti e di mantenere i risultati del drenaggio linfatico fino alla seduta successiva. Gli esercizi sono una componente fondamentale del programma riabilitativo, utili per stimolare il flusso linfatico. Sarà necessario, inoltre, evitare il sovrappeso, ridurre nella dieta l’assunzione di grassi e di proteine animali, seguire una dieta iposodica.

Un linfedema va trattato non solo per mantenere sotto controllo l’aumento di volume dell’arto, ma anche per le eventuali complicazioni che si possono presentare:

  • Complicazioni infettive: l’edema è un buon terreno di coltura per batteri e funghi: erisipela, linfangite, micosi.
  • Complicazioni trofiche, come conseguenza della pressione dell’edema sulla pelle e le unghie: iperchiratosi, papillomatosi, ispessimento e perdita di resistenza delle unghie.
  • Complicazioni osteo-articolari: asimmetrie del bacino, contratture muscolari, scoliosi.

L’assistenza fisioterapica in caso di mastectomia non si esaurisce nel recupero vascolare con il trattamento dell’edema. Il protocollo riabilitativo prevede anche altri obiettivi: mantenimento dell’articolarità e del trofismo muscolare dell’arto superiore, recupero neuro-motorio, controllo dell’eventuale stato doloroso.

  • In particolare abbiamo:
  • Recupero articolare: allineamento posturale del rachide in toto, esercizi di mobilizzazione, rieducazione posturale globale.
  • Rieducazione del tratto cervicale: chinesiterapia passiva ed attiva guidata.
  • Rieducazione dell’arto superiore: chinesiterapia passiva e attiva guidata a tutto l’arto, al muscolo trapezio, allo sterno-cleido-mastoideo, ai romboidi, al dentato, mobilizzazione della scapola.
  • Recupero neuro-motorio: eventuali elettrostimolazioni. Esercizi con piccoli pesi. Rieducazione della sensibilità. Esercizio Terapeutico Conoscitivo.
  • Terapia fisica in caso di dolore: TENS, correnti diadinamiche, correnti interferenziali, massaggio per sfioramento.
    Rieducazione respiratoria.
  • Terapia occupazionale. Vanno valutate le autonomie, con particolare attenzione in attinenza all’abilità nel vestirsi (abbottonarsi, allacciarsi il reggiseno e così via)
  • Psicoterapia, quando necessaria. Occorre considerare anche la cosiddetta “Sindrome della mammella fantasma”, che viene avvertita soprattutto nelle donne più giovani.

Fin dai primi giorni dopo l’intervento viene riferito un dolore alla mammella asportata, associato a formicolii, prurito, bruciori, contrazioni o aumento di sensibilità a livello del capezzolo, intorpidimento, contratture crampiformi e tensione simile a quella del periodo premestruale.

I provvedimenti terapeutici per ciò che riguarda la fisioterapia sono: le TENS, la magnetoterapia e la massoterapia associata ad un approccio psicoterapeutico.