Foto reale
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Etica ed estetica – Se la foto è “quasi” vera

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Il 2016 è stato l’anno di un ampio e profondo dibattito internazionale che ha coinvolto i principali fotografi di reportage, di moda, naturalisti e fotogiornalisti sul tema della garanzia di veridicità degli scatti fotografici. Il filone non è affatto esaurito e aspettiamoci ancora altre autorevoli prese di posizione nel 2017.

La regola aurea di un buon fotoreporter è che la documentazione di un fatto o di un evento dev’essere il più possibile fedele alla realtà. Per quanto sia difficile distinguere nelle foto, diversamente dalla parola scritta, opinioni e punti di vista soggettivi.

Facciamo un esempio: avete presente la famosa fotografia che ritrae un ragazzo durante una manifestazione nei cosiddetti “anni di piombo” impugnare un’arma pronta a sparare ad altezza d’uomo? Certamente è uno scatto meraviglioso, quello che ogni reporter vorrebbe fare nella vita: non è un falso eppure ma riprende un punto di vista soggettivo.

Cosa c’é di fronte al ragazzo? Uno schieramento di militari con fucili spianati? Un gruppo di studenti disarmati? Un muro senza alcuna persona? Ebbene, la foto è divenuta un simbolo dell’epoca, ma dà comunque una rappresentazione parziale e soggettiva del fatto.

Un altro tema di discussione è la pratica di “aggiungere” o togliere oggetti alle fotografie.

Lo si può fare prima dello scatto, mettendo a bella posta, ad esempio, un giocattolo sulla scena di un bombardamento; oppure dopo, in fase di stampa.Il prestigioso magazine “Time” fa risalire la cosa addirittura al 1865. I casi più o meno recenti seguono semplicemente quel filone che vorrebbe che gli scatti non debbano essere necessariamente veri, ma anche solo verosimili: un esempio molto famoso, tra i tanti che si possono fare, è la pluripremiata fotografia del progresso cinese coniugato con il rispetto della natura, che si è scoperto poi essere il frutto di due scatti sovrapposti.

Non si vuole scendere in giudizi, per i quali ciascun photo editor nelle redazioni in primis e ciascun lettore successivamente è chiamato a dire la sua, ma solo segnalare che la pratica è diffusa e, a quanto pare, costante.

Quel che si vuole ribadire è che la crociata analogica (il vero) contro il digitale (il falso) non ha un compiuto fondamento; le moderne tecnologie hardware e software e i megapixels hanno solo reso facile, veloce e alla portata di tutti quello che prima si poteva fare solo con il tempo e tanta fatica (e mestiere).

Due scatti fatti paralleli con impostazioni della macchina fotografica, pellicole, processi di sviluppo, processi di stampa manuali e supporti differenti possono portare a risultati per i quali ci si chiede se la in realtà la scena sia la medesima. Lo “sviluppo digitale” di file grezzi che le reflex di oggi catturano è un processo ineliminabile, così come per il mondo analogico.

Si può certamente lasciar fare alla macchina fotografica (così come lo si può lasciar fare alla bottega del fotografo), ma non per questo non esiste.La questione è, in definitiva, umana. Come nel giornalismo scritto, così nel fotogiornalismo rimane l’etica personale e professionale a decidere.

Immaginiamo di dover descrivere la situazione di Teheran durante le manifestazioni di piazza; uno storyteller potrebbe utilizzare l’aggettivo “tesa”, un secondo quello “drammatica” a seconda della propria percezione. La scelta del narratore è, in definitiva, quella di raccontare ciò che coglie, ed utilizza i termini che gli sembrano più adeguati.

Lo stesso fa il fotografo con inquadrature, luci, primi piani; mostrare solo un ragazzo con un’arma all’interno di una folla pacifica fuori scena o sfocata sullo sfondo è un modo di mostrare la realtà, almeno la propria percezione della stessa.

Rendere la foto un poco più scura di come è stata scattata per renderla drammatica, ritagliarne solo una porzione per enfatizzare il soggetto, accentuare il contrasto e la saturazione dei soli verdi sono semplici accorgimenti che magari il fotografo adotterà al momento dello sviluppo della foto, così come il narratore decide di utilizzare la parola “drammatica”.

E’ tutto questo lecito? Qual è il confine ed il limite oltre il quale il fotoreporter è chiamato a non andare nel narrare per immagini la situazione che ha davanti? Posto che nessuna fotocamera e nessun obiettivo riesce a cogliere ciò che l’occhio umano coglie (la stessa percezione della luce), come si fa a dire che uno scatto è fedele alla realtà quando questa cosa è tecnologicamente impossibile, lo è sempre stata e probabilmente lo sarà ancora per lungo tempo?

C’é un limite al “fotoritocco” digitale? Ma anche, c’é un limite al “fotoritocco” analogico? Le domande che devono cogliere il lettore di fronte ad uno scatto non è “qual è il trucco?” perché il “trucco”, poco o tanto che sia, è inevitabile. E’ insito nella tecnologia stessa e c’è sempre stato. La domanda è piuttosto quanto questo “trucco” distorce il senso delle cose, lo amplifica o riduce, lo rende falso, difficile se non impossibile, semplicemente “non vero”.

E quale garanzia ho, come lettore, che ciò che vedo davanti rappresenta un modo fair di rappresentare le cose.

Si pensi che il problema non è solo nelle scene di guerra, ma anche nella pubblicità e nel giornalismo di moda e cucina. Per fare un “ritratto” ad cibo si possono utilizzare prodotti che rendono i cibi immangiabili. Lacca per capelli sulle mele, ad esempio, oppure semi di sesamo incollati al pane con colle viniliche.

Per rendere un vestito più bello o una modella perfetta si modificano luci e colori, quando non si intervengono sui pixel per eliminare rughe e piccole macchie della pelle, aumentare il seno oppure addirittura rimuovere oggetti non voluti.

Oppure, infine, nelle foto di gossip rendere più brutta una persona di quanto non lo sia, coglierla in un momento nel quale l’angolazione o la luce presente rende un soggetto decisamente diverso rispetto a come appare in altri momenti.

La questione è aperta e coinvolge addetti ai lavori e lettori.

Con l’ampliarsi del numero di foto pubblicate online è facile reperire una molteplicità di scatti sui più diversi soggetti. Questo amplia e non poco le opportunità dei photo editor ma anche i problemi. La scelta nelle redazioni diventa difficile; i bravi fotografi professionisti devono confrontarsi con moltissimi fotografi non professionisti che spesso non hanno vincoli etici e pratici nel modificare le foto liberamente e nella – enorme – quantità disponibile è facile che emerga anche qualche scatto di qualità.

Senza vincoli e senza controlli.Così, alla fine, il complesso tema è un filone piccolo del dibattito intorno al giornalismo nell’epoca delle nuove tecnologie: evitare che il mercato della fotografia diventi un lemon market, ossia un posto dove vincono le foto “bidone” scacciando quelle buone, dando da vivere a fotogiornalisti professionisti che ci raccontino con capacità ed etica le storie che hanno nel proprio mirino.

Un luogo dove vi sia garanzia che i procedimenti utilizzati siano conformi a standard che le diverse agenzie di distribuzione si danno e, in definitiva, fidarsi delle persone e dei marchi: salvo poi scoprire che coloro che dicono il falso per il vero – in immagini come nella parola scritta – ci saranno sempre, come ci sono sempre stati.